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Articolo a cura del Dott. Alfonso Lagi – Questo fatto è realmente accaduto ed è stato anche oggetto di una breve scenetta teatrale. Lo racconto per rilevare il paradosso dell’organizzazione ospedaliera, quando questa è spinta alla estrema gestione tecnica, fuori da un sano rapporto interpersonale.

Da qualche anno quando i pazienti si presentano al pronto soccorso, che oggi viene definito DEA –Dipartimento di Emergenza e Accettazione, trovano a riceverli un infermiere professionale che, in base a quello che loro dicono ma dovrei dire in base a quello che la persona incaricata capisce, assegna loro un codice –colore che indica la priorità con cui il medico si deve occupare di loro. Il paziente viene sottoposto a triage, parole francese che significa ‘scelta, selezione’. Nasce così un arcobaleno di colori: il rosso per l’urgenza estrema che in genere indica il pericolo di vita, il giallo per l’urgenza differita quando di può aspettare trenta minuti e infine il verde, l’azzurro e il bianco per i casi meno urgenti.

“Scussi …. Scussa …. volere…” è una bella ragazza orientale, probabilmente giapponese che si rivolge al bancone del triage con chiare difficoltà espressive.
Come per sottolinearle ha in mano un vocabolario e una guida. “Io… appendicite…. Sentile dove…” e così dicendo accenna a toccarsi la parte destra dell’addome. I nostri valorosi infermieri sanno un po’ l’inglese, a volte masticano il francese più spesso il tedesco anche se non hanno problemi con lo spagnolo ma con le lingue orientali proprio non hanno dimestichezza e quindi si arrangiano.

“Codice giallo, appendicite acuta in arrivo.”

La ragazza viene fatta sedere su una sedia a rotelle e delicatamente per evitarle fastidi da traumi da movimento accompagnata nella stanza da visita. Viene aiutata a svestirsi e distesa sul lettino rimane in attesa del medico. Questo, sollecito, si presenta dopo qualche minuto accompagnato da una gentile infermiera, composta, con indosso la sua bella divisa professionale, attenta alle parole del medico. Il sanitario scopre la paziente, guarda l’addome, tocca la pancia, infila la mano in un guanto di lattice e spalma di vasellina alcune dita. Il medico, avvezzo a queste manovre, prima infila due dita in vagina e poi un altro nel retto. La paziente mostra qualche fastidio ma non si lamenta più di tanto. “Prelevate il sangue per le analisi” dice il medico girandosi e accennando ad allontanarsi “ma non dimenticate anche l’ecografia, la diagnosi è di sospetta appendicite acuta.” La stanza da visita, svuotata dalle due presenze torna nel silenzio. La ragazza sta distesa e attende in silenzio, coperta dal suo lenzuolo e da una leggera coperta di cotone.

Un uomo, non giovanissimo con la tuta dell’inserviente incaricato delle pulizie si avvicina. Ha la sua spazzola e il suo secchio e con discrezione, senza disturbare comincia, lento, il suo lavoro. Guarda la ragazza e le sorride. Lei ricambia. “Xyu bo booh. Antani“ dice lui. “Ah kaka hu oh gatomi” risponde lei. In breve fra i due nasce una breve conversazione. Lui, l’uomo delle pulizie si ferma perplesso, appoggia il suo strumento di lavoro e si avvicina ai sanitari. In tono dimesso e gentile si fa coraggio. “Scusate … “ dice avvicinandosi lentamente “io parlo qualche parola di giapponese perché ho vissuto là qualche anno…” Lo guardano con curiosità “….ho rivolto alla ragazza qualche parola di saluto … così …. per cortesia.” “Hai fatto bene” lo incoraggia uno degli infermieri. “No … volevo dire che una frase tira l’altra … lei mi ha fatto una domanda…” “E allora?” “No … non so cosa rispondere… perché lei vuol sapere se queste cose che le avete fatto … le analisi e le visite …. si insomma interne, le fate sempre a chiunque venga a trovare un’amica ricoverata per appendicite o se lei è un caso speciale.” Non credo che il dubbio della ragazza giapponese sia stato sciolto, almeno ufficialmente.
Note 1) Il test alla metacolina è potenzialmente pericoloso per cui ho preferito prescriverlo dopo aver avuto un forte sospetto con criterio ex iuvantibus.

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